Riformare non fa male

La ragione per la quale stiamo soffocando di tasse non è una supposta voragine nei conti pubblici, da tempo sotto controllo, ma l’accidia della politica e la resistenza forsennata delle parti sociali. Marco Fortis, sul Sole 24 Ore di venerdì scorso, segnalava infatti come il bilancio statale sia in avanzo primario dal 1995 (con la sola eccezione del 2009), mentre il debito sovrano è in gran parte “garantito” dalla ricchezza finanziaria delle famiglie e – aggiungiamo noi – da importanti asset patrimoniali pubblici.
8 AGO 20
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La ragione per la quale stiamo soffocando di tasse non è una supposta voragine nei conti pubblici, da tempo sotto controllo, ma l’accidia della politica e la resistenza forsennata delle parti sociali. Marco Fortis, sul Sole 24 Ore di venerdì scorso, segnalava infatti come il bilancio statale sia in avanzo primario dal 1995 (con la sola eccezione del 2009), mentre il debito sovrano è in gran parte “garantito” dalla ricchezza finanziaria delle famiglie e – aggiungiamo noi – da importanti asset patrimoniali pubblici. Eppure, sebbene nessun altro paese dell’Unione europea sembri avere fondamenta finanziarie altrettanto solide, l’Italia perde costantemente pezzi di pil, subisce la desertificazione industriale e vede i suoi talenti salpare verso l’estero.
La causa è chiamata in gergo economico “produttività totale dei fattori”, quell’insieme di condizioni, regole e istituzioni che rendono più o meno fertile un paese: l’istruzione, la giustizia, il mercato del lavoro e il welfare, il grado di concorrenza e apertura dei mercati, le infrastrutture, la ricerca. Eccezion fatta per la riforma pensionistica di Elsa Fornero, che ha corretto i conti per 80 miliardi in 10 anni ma ha soprattutto riequilibrato il carico sociale tra le generazioni, sono quasi venti anni che non ammoderniamo la nostra economia con riforme sistemiche capaci di stimolare innovazione e competitività. I governi finiscono così per lavorare sempre al margine, tagliuzzando spesa qui e là e chiedendo di tanto in tanto agli italiani di “ricapitalizzare”, con le varie patrimoniali occulte o palesi che paghiamo. Ma la loro azione risulta inefficace rispetto alla portata del problema. Il mal di produttività si cura con le riforme suggerite dalla famosa lettera della Banca centrale europea al governo italiano di due anni fa, finora quasi completamente inattuata (se si esclude, come al solito, la riforma previdenziale dell’odiatissima Fornero). Si aggrava invece con decisioni, come quella appena approvata dal governo, di creare nuovi ordini professionali. I partiti politici italiani – in questo coadiuvati e spinti abilmente da sindacati dei lavoratori e dei padroni – non riescono a instradare riforme, anche quelle che finanziariamente sarebbero a costo zero, perché le stesse imporrebbero ad alcuni milioni di cittadini la fine di quelle immeritate rendite di posizione di cui godono a spese di tutti gli altri.